Sempre a testa alta – Intervista a cura di Sabrina Frasca

12 Ottobre 2020

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Ogni giorno donne e ragazze di tutte le età, vengono stuprate e subiscono violenza. Spesso da persone di cui si fidano ciecamente e dentro le mura di casa. E denunciare non è certo facile.

Secondo il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza contro le donne rappresenta un problema di salute di proporzioni globali enormi. L’abuso fisico e sessuale è una complicazione sanitaria che colpisce oltre il 35% delle donne in tutto il mondo. L’Italia in questi ultimi anni ha dovuto rincorrere sul piano legislativo la triste realtà dei tantissimi casi di cronaca.

Fino al 1996 la violenza contro le donne era collocata fra i delitti contro la moralità pubblica ed il buon costume. Dopo quella data ha iniziato a essere considerata invece come un delitto contro la libertà personale. Nel 2001 sono state introdotte nuove misure per contrastare i casi di aggressione all’interno delle mura domestiche, con l’allontanamento del familiare violento. E sono state approvate le leggi sul patrocinio a spese dello Stato per le donne senza mezzi economici, violentate e maltrattate.

Il Legislatore ha dovuto mettere mano più volte alla materia. Nel 2009 sono state inasprite le pene per la violenza sessuale ed è stato introdotto il reato di atti persecutori ovvero lo stalking. Nel 2013 è stata approvata la ratifica della Convenzione di Istanbul, redatta l’11 maggio 2011, le cui linee guida tracciano la strada per emanare provvedimenti efficaci a livello nazionale. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la legge che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere. Nel 2019 la legge n. 69 ha rafforzato le tutele processuali delle vittime di reati violenti, con particolare riferimento ai reati di violenza sessuale e domestica.

La legislazione cerca di andare veloce e porre rimedio, ma sopravvive ancora il retaggio di una cultura sbagliata. Sussistono ad oggi i segni di quella mentalità che attribuisce alle donne la colpa. Per aver sorriso, per essersi vestite in un certo modo, per aver risposto o essersi opposte.

Non esiste alcun comportamento al mondo che possa giustificare una violenza, uno stupro o un abuso sessuale. Questo devono comprenderlo tutti e le donne prima degli altri.

Le donne devono smaltire decenni di sensi di colpa e comprendere anche che è necessario chiedere aiuto?

“Per prima cosa bisogna distinguere tra la violenza compiuta da estranei e quella perpetrata da conoscenti e familiari. Le conseguenze fisiche maggiori sono quelle delle aggressioni da estranei perché le vittime sono portate naturalmente a difendersi. E sono pure i crimini che si riescono a denunciare con più facilità, se possiamo dire così. Gli altri invece, quelli che si generano a casa, sul posto di lavoro o nella cerchia di amici, sono più difficili da esternare, a causa del senso di vergogna che ne deriva e perché la donna si colpevolizza ancora di più.

Quando una donna riesce a raccontare cosa le è accaduto non viene creduta, le viene detto che esagera. Si ritrae in se stessa e nel suo mutismo. La violenza rimane sommersa dall’omertà e da una sbagliata tradizione educativa. Da un punto di vista psicologico le problematiche che si scatenano sono svariate. Vanno dal disturbo compulsivo del controllo alle difficoltà relazionali e nei rapporti sessuali. Fino a giungere a crisi ansiose e agorafobia, perché il luogo aperto significa pericolo. In casi più gravi si arriva a depressioni, uso e abuso di alcol e droghe, come rimedi di automedicazione per anestetizzare la realtà.

E poi ci sono donne che presentano un quadro clinico più grave, che rientra nel disturbo post-traumatico da stress. Chi è in questo tunnel soffre di insonnia, rabbia e flashback. Non riesce a verbalizzare ciò che le è accaduto, non riesce a contestualizzare. La terapia più indicata e veloce per la risoluzione di questi casi, l’O.M.S. la identifica nell’E.M.D.R. un metodo psicoterapeutico che si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica. Utilizzando i movimenti oculari, o altre forme di stimolazione bilaterale del cervello, si riesce ariprocessare in maniera funzionale ricordi non elaborati oppure non sviluppati correttamente. Permettendo di arrivare a verbalizzare il trauma, in modo corretto.

Se il primo passo è riconoscere di aver subito un qualcosa di ingiusto e parlarne, fondamentale è il supporto della rete sociale, della famiglia, degli amici e dell’ambiante di lavoro. Quel tessuto di relazioni che può aiutare la donna vittima di abusi a non sentirsi insicura e colpevole. E può favorirla nell’autostima e nella percezione corretta delle proprie capacità. E’ un lavoro difficile e lungo che va affrontato giorno dopo giorno, con l’aiuto di specialisti. Da sole le donne non riescono a uscirne. Non per incapacità ma perché semplicemente non si può. Sarebbe come mettere la polvere sotto il tappeto, spostarla senza toglierla veramente. Le donne sono forti e quando riescono a contestualizzare quello che è loro accaduto, ce la fanno a reagire.

Se la violenza è accaduta in famiglia il quadro che si presenta è più compromesso, perché si vive in un circolo in cui il carnefice puntualmente si scusa e porta regali. La donna allora perdona e inizia la fase della luna di miele. Dopo però ricomincia tutto da capo e con il tempo l’idilio dura sempre meno. Il circolo diventa sempre più veloce e pericoloso.”

Sciaguratamente sopravvive una tendenza culturale che colpevolizza la donna anche per il semplice modo di vestirsi. E se la violenza accade in famiglia il senso di colpa cresce a dismisura e si tende a rimuovere l’accaduto?

“E’ un meccanismo psicologico di auto-protezione perché prendere atto di ciò che accade con le persone a cui ci si affida è traumatico. Quindi non si elabora l’informazione giusta. C’è da aggiungere che il carnefice ha potuto operare indisturbato forse per anni sulla psiche della vittima, inculcando l’idea che la donna non valga nulla e che senza di lui non possa andare da nessuna parte. Una vera violenza psicologica.

Quando una donna racconta abusi subiti, di qualunque natura essi siano, la prima cosa da fare è crederle. Al principio va presa per buona qualsiasi informazione. Chi aiuta deve stare attento a non essere invadente, lasciando spazio e tempo, perché non ci si può sostituire alla vittima. Sono più le ragazze rispetto alle donne mature a denunciare. Ed è naturale, è una questione generazionale. Chi ha una certa età appartiene a un tempo in cui è stato insegnata la sopportazione, per ogni circostanza. Le nuove generazioni f’altro canto hanno meno tabù e vivono in una parvenza di parità che rende relativamente più semplice la denuncia.

Ci tengo a dire alle donne di non aver paura, di chiedere aiuto. Non sono loro ad avere colpe.

Voglio dire loro di ribellarsi!”