La vita dopo il lockdown

24 Maggio 2020

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Era appena iniziato il 2020 ed eravamo tutti attori di una normalità caratterizzata dall’agire, dall’interagire e dal produrre. La quotidianità era proiettata verso il futuro, verso priorità che ad un tratto sono retrocesse all’ultimo gradino della piramide delle necessità di vita. L’8 marzo 2020, il lockdown cinese è divenuto lombardo, in una notte è divenuto italiano e quindi di tutti; è entrato nelle nostre case, famiglie e menti prima ancora di essere definito pandemia. Dalla normalità pre-Covid, la luce si è spenta, blackout, lockdown.

Eleonora Iacobelli, psicoterapeuta e presidente Eurodap, analizza che occorrono 21 giorni affinché l’uomo modifichi un’abitudine. Ventuno giorni a fronte dei sessanta che hanno tenuto a casa milioni di italiani. Cosa è successo in questi due mesi sembrati interminabili? E quali sono le conseguenze su noi esseri umani?

L’uomo ha subito un forte stress che ha fisiologicamente condotto ad un cambiamento del suo comportamento e della sua percezione. Caratteristica che accomuna le due conseguenze sono l’umanizzazione di concetti come spazio e tempo, verso il ritorno alle origini. Il ritmo del tempo ha cominciato ad essere percepito a misura d’uomo, si è avuta una maggiore realizzazione del presente poiché al passato non potevamo guardare e al futuro neppure sperare.

Si è presa consapevolezza del limite umano e si sono deumanizzati concetti come la morte in quanto ogni giorno dovevamo farci i conti ma nello stesso tempo ne abbiamo avuto una percezione più umana, abbiamo compreso che non siamo dei robot. Anche la dimensione dello spazio è stata ripensata in chiave domestica e le distanze sono state progettate secondo nuovi schemi sociali. Un nuovo interrogativo è emerso alla fine dell’arresto mondiale: la vecchia normalità tanto agognata durante il total lockdown era poi così normale?

Su un muro di Hong Kong si legge: «we won’t return to normality, because normality was the problem» (non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema). Le nostre abitudini erano legate all’azione, mentre restare a casa nel dolce far nulla è diventata l’unica soluzione, la produttività verso l’esterno che era lo scopo delle nostre attività si è ribaltata verso noi stessi, la riscoperta del collettivismo e la scoperta di sentimenti come noia, ansia e paura si sono rivelati essere condivisi e gestibili da coloro che hanno iniziato a canalizzarli, come una nuova risorsa.

Fine del lockdown, Signore e Signori, riprendete da dove avevate lasciato: impossibile, vediamo perché.

Mentre nel metodo scientifico il cambiamento avviene attraverso esperimenti in laboratorio, nella vita reale le situazioni di emergenza creano una condizione necessaria affinché i comportamenti cambino, e sono una “provetta” su cui eseguire esperimenti sociali ad ampio raggio.

La temporanea e contemporanea chiusura di gran parte delle città del mondo, è stato un campo di prova enorme che ha messo a dura prova l’uomo. Lo si può anche considerare un corso di formazione accelerato per imparare nuovi comportamenti.

Il primo oggetto di osservazione sono i rapporti sociali. Essi sono una sostanza psicoattiva capace di generare sull’uomo emozioni ma sono anche un mezzo di soddisfacimento dei bisogni primari. Il lockdown, secondo alcuni studi – tra i più significativi quelli condotti dall’Istituto di Tecnologia di Cambridge – ha generato uno stato neurofisiologico simile all’astinenza da droghe. Alcuni hanno reagito cercando stimoli compensatori, i cosiddetti rewards capaci di generare additivi di dipendenza; esempi molto diffusi sono i nuovi “chef compulsivi” dediti ad impasti che necessitano cura nella loro creazione e trasformazione, altri si sono concentrati sul proprio fisico, sportivi irrefrenabili attenti e proiettati ad una gestione di vita healthy, altri ancora hanno trovato compensazione purtroppo in attività meno salutiste come droghe, alcol e sigarette o ancora peggio in sfoghi violenti contro se stessi e gli altri.

Contraddittoria invece è stata l’internet addiction, infatti, se da un lato è risultato essere un mezzo di integrazione per accorciare le distanze e tenere uniti gli affetti, dall’altro ha anche agito come azione di compensazione creando una vera e propria dipendenza.

Le conseguenze del lockdown sono duplici: l’astinenza ha indotto, nella maggior parte dei casi, un istinto di brama sociale scaturito dalla lunga privazione ma ha fatto nascere anche un forte timore, una sorta di paralisi e di disadattamento sociale dovuto non solo alla paura del contagio ma anche al timore dell’ignoto fuori casa. Si parla infatti di brama sociale per alcuni, di “sindrome della capanna” per altri. In altre parole: mi manca qualcosa, la bramo ma resto a casa nella confort zone perché fino ad ora non mi è successo nulla mentre fuori non so cosa mi può succedere.

Le indagini sul comportamento “post-lockdown” condotte dall’Osservatorio sulle previsioni di cambiamento nel post covid hanno rilevato che 7 italiani su 10 sperano in un cambiamento radicale, solo il 10 per cento un ritorno alla vecchia dimensione, il 20 per cento che cambi qualcosa senza grossi sconvolgimenti. Emerge che le donne sono più propense al cambiamento rispetto agli uomini. La preoccupazione, in generale, è senza differenze di genere, e resta comunque legata a un tipo di cambiamento al quale nessuno si può sottrarre: l’87 per cento lo teme nonostante lo desideri.

Risulta interessante comprendere però cosa si è disposti a cambiare. Lo slogan “resto a casa” innanzitutto ha creato un senso di vicinanza, di comunità e di responsabilità civile; ci si muove quindi verso un nuovo principio di sostenibilità, sia del pianeta ma anche dal punto di vista economico; il 42 per cento infatti spera in un nuovo sistema di sviluppo.

La maggior parte dei cambiamenti sono diretti anche alle interazioni sociali: maggiore cura della famiglia, mantenimento delle amicizie e recupero di affetti lontani. Più attenzione alla povertà, alla qualità della vita e al risparmio. Maggiore attenzione agli sprechi e alla salvaguardia del prodotto nazionale.

Alcuni studi hanno inoltre analizzato l’uomo “animale sociale” tra altruismo e opportunismo: il cambiamento di cui siamo testimoni richiede una certa risposta adattiva, frutto di uno sforzo cooperativo non indifferente, facilmente spiegabile dal classico “dilemma del prigioniero” dove la scelta dell’interesse individuale sembrerebbe contrastare con l’interesse collettivo. Il rispetto delle regole da parte di un soggetto spinge gli altri alla violazione, come anche il rispetto generale della prescrizione di stare a casa genera nei free riders la tranquillità nella violazione. Ci si è chiesti, quindi, cosa induce le persone ad andare contro l’interesse personale per promuoverne uno sociale, e che indirettamente può salvaguardare l’individuo.

Nelle teorie di Darwin un must per l’evoluzione è la lotta stessa per “continuare a vivere” in condizioni mutevoli, ma non è chiaro se ciò può essere applicabile anche a livello di gruppo. Sicuramente l’ipersocialità e la cooperazione sono stati il fulcro dell’evoluzione dello stato moderno. Robert Trivers in un articolo divenuto famosissimo nel Quarterly review of biologyha avanzato la teoria dell’altruismo reciproco: l’altruismo verso un estraneo avviene e può essere vantaggioso se pur costoso solo se esiste una certa probabilità di trovarsi in futuro nella stessa situazione a parti invertite. Si crea così un sistema di auto-domesticazione consentito dalla cessione del potere legittimo al  cosiddetto leviatano di Hobbes. (Robert L. Trivers, The evolution of reciprocal altruism in quarterly review of biology, n.46, University of Chicago Press, 1971, pp 35-57).

Il nuovo scenario post lockdown ha aperto un nuovo percorso di azione decentralizzata di potere, una cessione ai cittadini singoli: elevati a giudici capaci di biasimare e colpevolizzare, essi potrebbero essere definiti sceriffi illiberali che mostrano un nuovo grado di consapevolezza: cittadini responsabili contro i comportamenti devianti.

Dalle caverne ai grattacieli, dall’economia di sussistenza alla società di mercato, si è parlato di evoluzione sociale, ma lo sconvolgimento post-Covid a cosa porterà?  Il più grande sconvolgimento relazionale è definito dalla percezione delle distanze: se fino ad oggi si definiva la distanza personale quella fra 0-45cm, l’interazione amicale da 45 a 120cm, sociale da 120 a 3,5 metri e maggiore di 3,5 era distanziamento, le nuove distanze dettate dal post-Covid si misureranno in termini differenti e la cosiddetta “disattenzione sociale” – ossia l’evitare relazioni per non darsi disturbo – assumerà un nuovo significato.

Se da un lato vi è un nuovo senso di collettività, dall’altro si rafforza anche la cultura dell’io. Quello che il bruco chiama “la fine del mondo”, il resto la chiama “farfalla”; è così che ci si augura, alla fine di questo lockdown, che l’uomo si sia trasformato e si sia creato delle ali verso un nuovo concetto di normalità.